Lo ammetto, di Messina non vidi praticamente nulla, volevo solo farmi una
doccia e buttarmi su un letto decente. Ero morto!
Seguendo il navigatore arrivammo in pochissimi minuti al palazzo dove si trovava il b&b. Citofonammo e salimmo al quarto piano. Ci aprì la porta una ragazza dai capelli corvino, in tuta da ginnastica. La struttura all’interno era nuovissima, completamente ristrutturata. Laminato grigio su tutti i pavimenti, colori tenui, luci led soffuse color blu. La nostra stanza era uno spettacolo. Mobili Ikea, materasso in memory form, finestra a quattro ante, bagno con sanitari sospesi e doccia enorme. Enorme!
Il pensiero che la mattina seguente avremmo dovuto lasciare la stanza non mi fece nemmeno aprire il trolley, presi giusto il beauty e il pigiama.
Non ve lo dico nemmeno come
dormii quella notte! Mi svegliai un uomo nuovo.
Tutta la stanchezza del giorno
precedente era svanita, avevo completamente recuperato tutte le energie perse.
Ci
alzammo con "calma" (alle 7), già pregustando la colazione, anche se la ragazza ci aveva
informato la sera precedente che non sarebbe stata abbondante come di consueto per via delle misure anti-Covid, che vietavano i buffet.
Nella saletta con i tavolini si
presentò un’altra ragazza dai capelli castani (dalla fisionomia e dalla
corporatura penso fosse la sorella maggiore) e si fermò a conversare con
noi.
A un certo punto Laura le chiese: “Siamo indecisi se passare dai
Giardini Naxos, dopo Taormina, o se andare direttamente a Catania, cosa ci
consigli?”
La risposta fu d’antologia.
“Ah bellissima Catania, si si, andate a
Catania, ai Giardini Naxos niente c’è, è una strada, ma Catania è bellissima.
Io non l’ho mai vista, ma è bellissima. Garantito!”
Notando le nostre espressioni divertite e un po' sorprese, continuò: “Si si, vedete, il messinese non è uno che gli piace girare. Abbiamo le nostre spiagge, mangiamo le nostre cose, il messinese sta bene a casa sua. Non è come il palermitano, nooo, quelli vanno sempre in giro a destra e a sinistra, che ne so io, vanno a Trapani, a Cefalù, girano girano. Il messinese no. Stiamo bene dove stiamo. Ma voi fate bene a girare tutta la Sicilia, è bellissima.”
In quel momento arrivò la sorella con i cappuccini che avevamo ordinato.
“Si, vero – intervenne - Taormina è bellissima, non ci vado da dieci anni, ma sempre quella è, non è che cambia. Catania non lo so. Ma sapete, tutti quelli che fanno come voi (intendeva il giro di più città), poi quando tornano qui ci dicono che è bella!”
Io mi dovevo trattenere per non scoppiare a ridere, sembrava uno sketch di Ficarra
e Picone.
Però la cosa più bella di quella colazione fu che, ripensandoci, non
mi avevano fatto sentire un cliente. Piuttosto un amico di un loro cugino che
stavano ospitando per una notte. Non proprio uno di famiglia, insomma, ma uno
che ospiti per il piacere di farlo. Eccolo il benvenuto in cui speravo.
Accogliente e caloroso, ma non troppo invadente. Avevo addosso ancora lo strato
di milanesità che doveva dissolversi, quindi, un approccio non troppo drastico
era proprio quello che mi serviva per entrare nel nuovo mood. Fu perfetto come
inizio.
Ci sistemammo e via, eravamo pronti per andare a Taormina, dove avremmo fatto la nostra prima, vera, colazione siciliana.
Costume, polo Coveri da milanese imbruttito e cappello di
paglia, la direzione era segnata, dovevamo solo seguire la dolce voce che dal
cellulare ci diceva che via seguire per arrivare alla nostra prima tappa.
La
strada che collega Messina a Taormina era spettacolare. Doppia corsia, curve
morbide e poi quell’affaccio sul mare che migliora qualsiasi cosa.
Su Taormina non avevo cercato nessuna informazione. Non è il tipo di location che fa per me, o meglio, adatta ad una vacanza come quella che avevo in mente.
Su Taormina non avevo cercato nessuna informazione. Non è il tipo di location che fa per me, o meglio, adatta ad una vacanza come quella che avevo in mente.
è forse la località più rinomata della Sicilia, e io volevo
vivere posti più rustici e meno turistici.
Mi sorpresi non poco quando il
navigatore iniziò a farmi allontanare dalla costa in direzione di strade più
interne, fino a farci raggiungere la meta della nostra destinazione.
Io ero convinto che Taormina fosse una località
marittima, ma in un certo senso mi sbagliavo. Era un borgo medievale a
qualche centinaio di metri di altitudine, che si affacciava completamente sul
mare. Ero, per l’ennesima volta in pochi giorni, stupefatto.
Mi trovavo a
Bergamo Alta, nei sui vicoli, nelle sue case medievali, sulle stradine di
sanpietrini, ma con un panorama infinito su scogliere e mare. Era tutto bello.
Fin troppo. Menù dei ristoranti in inglese, sovraesposizione di souvenir
siciliani, boutique di alta moda. Tutto bellissimo, ma come presumevo, mi
mancava quel senso di familiarità. Riprovai la stessa sensazione provata a San
Marino, bellissima, ma manca quel calore romagnolo tipico della zona. Mi
mancavano i siciliani.
Guardai Laura e le dissi: “Mi sta venendo fame…
cerchiamo qualcosa di tipico però… niente brioche e cappuccino!”
“Ho il posto giusto. Me lo ha consigliato la mia collega, mi ha detto che dobbiamo provare per forza la granita che fanno in questo locale.”
Io ero un po’ scettico. Avevo in mente la granita che fanno in Emilia o a Milano: ghiaccio tritato e sciroppo chimico super concentrato. Fare colazione così non è che mi facesse impazzire dalla felicità. Ma mi fidai e la seguii.
“Ho il posto giusto. Me lo ha consigliato la mia collega, mi ha detto che dobbiamo provare per forza la granita che fanno in questo locale.”
Io ero un po’ scettico. Avevo in mente la granita che fanno in Emilia o a Milano: ghiaccio tritato e sciroppo chimico super concentrato. Fare colazione così non è che mi facesse impazzire dalla felicità. Ma mi fidai e la seguii.
Girammo per alcuni vicoli stretti, tra negozi di vestiti alla moda e piccole botteghe di liquori tipici, quando, voltando l’angolo, ci trovammo in un piccolo incrocio completamente occupato da persone in attesa. Non esagero, saranno stati cento, centoventi ragazzi sotto al Sole, fermi a guardare un piccolo locale.
“Eccoci, il posto è questo!” sorrise Laura. Mi voltai e lessi sull’insegna in tipica ceramica caltagironese “BamBar”.
Guardai Laura: “E c’è tutta questa gente?! Cavoli, sicura di voler aspettare? Ci saranno forse venti tavoli”, mi fece un sorriso e mi disse: “Fidati, dammi retta. Mi ha detto la mia amica che bisogna lasciare il nome e poi ci chiamano loro.”
Osservai intorno, i camerieri entravano e uscivano con i loro vassoi a una velocità tipica dei runners milanesi, senza guardare nessuno in faccia, attenti solo a non far cadere niente. Infine, uscì un signore con un taccuino, mi fiondai da lui e gli dissi: “Buongiorno, siamo in due, nome Luca.”
Ero circondato da altre sei, sette persone, l’uomo
non mi guardò nemmeno in faccia, ma vidi che scrisse il mio nome, così
incalzai: “Più o meno quanto tempo ci può volere?”
Ancora una volta non mi
guardò, si girò verso i tavoli, girò la pagina del blocchetto e rispose:
“Trenta, quaranta minuti, forse meno, ma se non ci siete quando vi chiamo
lascio il vostro tavolo a qualcun altro, quindi vi conviene stare qui.”
Sono uno che non si lascia influenzare, però se tutta quella gente era
disposta ad aspettare tanto, un motivo doveva pur esserci.
La scelta di indossare la
polo fu da subito un errore. Era ancora abbastanza presto, ma iniziammo a
sudare parecchio. Faceva caldo, davvero caldo, e io sentivo già il sudore scendermi
lungo la schiena. Dopo circa venti minuti sentii chiamare il mio nome, ci
avvicinammo in fretta alzando la mano e ci venne indicato un tavolino tondo,
all’aperto, sotto l’ombra del tendone.
Quando ci sedemmo notai, dagli accenti,
che avevamo intorno solo gente di Milano. Avevo fatto 1.300 km per trovarmi circondato
da lombardi!
Laura ordinò una granita al caffè, mentre io una alle mandorle, entrambe con panna montata e due brioches.
Quello che pagammo per tutto, a Milano lo avremmo tranquillamente pagato a persona. Pochi minuti dopo tornò il cameriere e ci lasciò quanto ordinato.
Assaggiai prima la panna. Era fatta in casa! Io mi aspettavo la solita panna spray che usano tutti i bar, e invece era freschissima, liscia, corposa, per niente nauseante, avrei potuto cibarmi anche solo di quella panna per giorni.
Per non finirla troppo in fretta usavo solo la punta del cucchiaino e in quel
momento mi tornò in mente la scena del film “C’era una volta in America”,
quando il bambino inizia a mangiare la panna rimasta attaccata alla carta del
dolce che aveva comprato per avere in cambio favori sessuali da una sua
coetanea, per poi, piano piano, avvicinarsi sempre di più al dolce e, infine,
mangiarselo tutto, tanto era buono. Il profumo di panna era inebriante, il
sapore avvolgente, setosa.
Presi la brioche, che in realtà aveva più l’aspetto
di un panino. Lo avvicinai al naso. Spalancai gli occhi. Quel profumo di pane
al latte mi riportò indietro di venticinque anni. Anche qui un ricordo esplose
nella mia mente. Quel profumo era lo stesso di alcuni piccoli panini che mia
nonna comprava d’estate in un panificio a Lido degli Scacchi e con i quali
facevo colazione. Non avevo mai capito prima perché mi facesse fare colazione
con quei paninetti ancora caldi. Ora si, ora lo capivo. In quel panificio (ormai chiuso) mia nonna aveva ritrovato quei sapori che io stavo riscoprendo
nella sua terra solo ora.
Era soffice, profumato, tanto liscio e lucido da
sembrare levigato, morbido come un fiocco di cotone appena raccolto.
Fu il
momento di assaggiare la granita. Anche questa volta usai la punta del
cucchiaino. Alla vista non era la granita che conoscevo io, era una sorta di
sorbetto più denso, ma senza la cremosità del latte. Era solo ghiaccio e mandorla
e davvero non capivo come diavolo fossero riusciti a dargli una consistenza
simile. Non me lo spiegavo. Più avvicinavo il cucchiaino più la fragranza di
mandorla si faceva nitida e definita.
Al palato era piena di sapore, ma con dei mini frammenti di ghiaccio che si scioglievano in bocca e pezzettini di mandorla che schioccavano sotto i denti. Quando pensavo di aver riconosciuto la consistenza uno degli altri elementi emergeva dando nuove sensazioni. La durezza della mandorla, la freddezza pungente delle scagliette di ghiaccio, tutti gli elementi erano in armonia e si esaltavano tra di loro.
Al palato era piena di sapore, ma con dei mini frammenti di ghiaccio che si scioglievano in bocca e pezzettini di mandorla che schioccavano sotto i denti. Quando pensavo di aver riconosciuto la consistenza uno degli altri elementi emergeva dando nuove sensazioni. La durezza della mandorla, la freddezza pungente delle scagliette di ghiaccio, tutti gli elementi erano in armonia e si esaltavano tra di loro.
Fu in assoluto la colazione più buona che feci in tutta
la vacanza. Già solo per questo, la visita a Taormina, ora, aveva avuto senso.

Taormina centro è collegata al mare o via strada (ma l’idea di farci tutta quella salita al ritorno non era tra le opzioni più quotate) o tramite una funivia. La scelta fu ovvia.
Arrivati giù rimasi perplesso. Non c’era nulla. Una tortosa strada
che costeggiava la costa con un marciapiede adatto forse solo a due persone.
Non c’erano negozi, non c’erano bar e ristoranti
vista mare (scoprimmo poi che i bar e i ristoranti erano direttamente sulla spiaggia, con gli stabilimenti balneari, ma dalla strada non si vedevano).
Seguimmo le indicazioni per l’isola Bella, che ci portarono ai
piedi di una lunga, tortuosa e ripida scalinata di cemento. Giunti alla fine, ancora una volta fradici di sudore (capimmo in seguito che quella
sarebbe stata una costante, con picchi da far rabbrividire anche noi stessi),
arrivammo alla spiaggia. Di ciottoli.
Io mi aspettavo acqua limpida,
cristallina, sabbia fine, bianca, e invece mi trovai a camminare su sassolini
scuri, che rendevano l’acqua buia, se pur trasparente. Mi aspettavo di più,
molto di più (per citare Francesco Panella) da una delle location siciliane più
rinomate. Se quella era tra le spiagge più belle della Sicilia voleva dire che
la scelta della nostra vacanza era stata sbagliata, se non in toto, almeno in
uno dei lati più importanti.
Ci avviammo verso la
famigerata isola Bella, in pratica poco più di uno scoglio accessibile a
pagamento e collegato alla terra ferma da una sottile lingua di sassolini.
In
spiaggia non c’era posto dove stendersi e metter giù i nostri teli, era piena
zeppa di gente, e il caldo si faceva sempre più asfissiante.
Laura mi guardò e disse: “Andiamo direttamente in acqua, appoggiamo la roba su quegli scogli ad asciugare (intendeva le nostre magliette inzuppate di sudore), così non ci dobbiamo neanche preoccupare di controllare le cose.”
Aveva ragione, era la soluzione migliore, e così fece strada fino a raggiungere delle rocce vicino a una piccola grotta di isola Bella. Stendemmo i vestiti sugli scogli senza alcun ritegno, sia per farli asciugare, sia per farli areare.
L’acqua ci arrivava alla vita, donandoci finalmente quella
freschezza che tanto desideravamo.
Rimanemmo a mollo in quell'acqua incantevole per la sua leggerezza e trasparenza, il clima era ideale, osservando flotte di ragazze intente a farsi fotografare dai fidanzati da ogni angolatura. Poveri uomini, quanta tenerezza provai per loro in quel momento...
Qualche ora dopo, alcune lievi velature iniziarono ad annebbiare il Sole,
ormai in fase calante verso Ovest.
“Laura, che dici, ci avviamo a fare aperitivo vista Etna?”
“Laura, che dici, ci avviamo a fare aperitivo vista Etna?”
Annuì sorridendo, ci eravamo rilassati a sufficienza.
Ero contento di ripartire, Taormina
non mi aveva lasciato alcun effetto “wow”. Bella. Un gioiellino, ma
semplicemente non era ciò che io stavo cercando. Volevo l’odore di cibo, i
mercati del pesce, terra rossa bruciata dal Sole, i limoni, gente accogliente e vera, non
impacchettata ad hoc per dei turisti di passaggio.
Ripresa la macchina puntammo verso la nostra prossima meta: Castelmola.
Eravamo solo all'inizio del nostro viaggio, e le cose che avremmo visto in seguito avrebbero ripagato di tutto.
(a seguire Capitolo 4 – C & C)
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